Eritrei: No alle deportazioni! No alla schiavitù!

9 Jul

[Foto Stefano Montesi]

di Fulvio Vassallo Paleologo
Un"Accordo di liberazione e residenza in
cambio di lavoro", secondo il ministro della Pubblica Sicurezza Libico,
il generale Younis Al Obeidi, dovrebbe consentire ai 250 rifugiati
eritrei rinchiusi nel carcere libico di Brak, nei pressi di Sebha, in
Libia la libertà: la libertà di essere schiavi a tempo  indeterminato in
un campo di lavoro libico senza alcun riconoscimento del loro diritto di
asilo e senza alcuna garanzia che gli abusi che hanno già subito  non
continuino.

Il"lavoro socialmente utile in diverse shabie (comuni) della Libia",
loro promesso, che una parte soltanto dei detenuti di Sebha ha
accettato, non permetterà loro alcuna libertà di circolazione, come
spetterebbe a qualunque titolare del diritto di asilo, e li consegnerà
ad una rigida catena gerarchica che esigerà da loro un vero e proprio
lavoro forzato.

Che fine faranno poi coloro che non
accetteranno l’imposizione di questa ulteriore deportazione? Quali
mezzi di persuasione verranno impiegati?

 

Il lavoro promesso in cambio della libertà appare solo
come un tentativo di disperdere il gruppo di profughi eritrei, da giorni
vittima di torture e violenze da parte della polizia libica, e rendere
più difficili le inchieste internazionali sulle responsabilità di questa
ennesima deportazione violenta subita da persone che avrebbero dovuto
essere accolte come rifugiati.
Se questo è anche il risultato dell’intervento del governo italiano non
ci si può certo stupire per tanta “umanità”, nelle stesse ore nelle
quali a Roma la polizia di Maroni ha caricato a freddo, con una violenza
che purtroppo sta diventando consuetudine in ogni manifestazione di
protesta, migliaia di cittadini aquilani che protestavano per
l’abbandono nel quale il governo ha lasciato il loro territorio dopo i
mesi di propaganda elettorale.
I rifugiati eritrei, che si trovano nel centro di detenzione di Braq da 8
giorni, durante i quali sono stati maltrattati e torturati, nel
silenzio di tutte le autorità italiane che si sono dovute accorgere del
caso soltanto dopo che alcune associazioni umanitarie, RaiTre e l’Unità
avevano avviato una mobilitazione che ogni giorno va crescendo, avevano
fatto appello all’Italia e all’Europa per essere inseriti in un
programma di ritrasferimento in Europa verso paesi che avrebbero
riconosciuto effettivamente il loro diritto di asilo.

Maroni non può affermare che "Il
governo italiano non ha alcuna responsabilità nella vicenda dei profughi
eritrei trattenuti in Libia", per il ministro “resta indimostrato che
gli eritrei abbiano fatto parte degli 850 respingimenti”. Le sue
dichiarazioni sono smentite da diverse testimonianze
, una delle
quali, raccolta da un giornalista del Manifesto, conferma che tra i
reclusi di Brak vi sono diversi migranti respinti lo scorso anno in
Libia dai mezzi militari italiani. E su queste vicende, presto, la Corte
Europea dei diritti dell’Uomo potrebbe emettere una sentenza di
condanna per i respingimenti collettivi verso la Libia, vietati da tutte
le convenzioni internazionali, effettuati dal nostro paese a partire
dal 7 maggio dello scorso anno.
Maroni afferma oggi che "se si chiederà al nostro governo di fare una
missione umanitaria in Libia, il ministro degli esteri ne vaglierà
l’opportunità, ma. Dall’Europa non è venuto nessun interessamento, cosa
davvero singolare e incredibile perchè dovrebbero essere proprio le
istituzioni europee ad intervenire e non a chiedere ad altri di farlo".
Quella missione è doverosa perchè la impone un ordine del giorno già
approvato lo scorso anno quasi all’unanimità dal Parlamento ( ordine del
giorno Marcenaro), e l’Europa non è tenuta a risolvere i guai che
combina la collaborazione del governo italiano con il regime di
Gheddafi.
Da parte sua l’Europa, meglio, il Parlamento Europeo lo scorso 17 giugno
hanno ricordato a tutti, e dunque anche al governo italiano, che in
Libia vengono violati i diritti fondamentali dei migranti e dunque
dovrebbero cessare quelle forme di collaborazione, come i respingimenti,
che rendono possibili le più terribili violazioni dei diritti
fondamentali della persona. Quelle violazioni che qualcuno forse in
Italia ritiene accettabili, come effetti collaterali del “successo
storico” consistente nel blocco degli arrivi, in gran parte di
potenziali richiedenti asilo come appunto erano e sono gli eritrei
incarcerati a Brak. Domandiamo agli italiani se si sentano più sicuri
dopo questo scempio di umanità.

Maroni non può eludere le
responsabilità che anche a livello internazionale vengono attribuite
all’Italia ed al suo governo.
E’ vero che esistono accordi
bilaterali con almeno 30 Paesi ma non si può concordare con il ministro
dell’interno quando afferma che “questo non vuol dire che dobbiamo
occuparci di quello che accade in ciascuno di essi. Certo, la Libia ci è
vicina, non avrei obiezioni personalmente a un’azione di tipo
diplomatico, ma più e meglio di noi dovrebbe fare l’Unione europea".
Secondo il ministro, da parte dell’Europa c’è stato "un atteggiamento di
disinteresse incredibile e singolare’’.
La verità che il governo italiano non vuole ammettere è che gli altri
accordi bilaterali sono solo accordi di riammissione, ma non prevedono
il respingimento collettivo in acque internazionali, come nel caso degli
accordi con la Libia, in particolare per effetto dei protocolli
aggiuntivi stipulati dallo stesso Maroni con il ministro dell’interno
libico nel corso di una missione lampo nei primi giorni di febbraio
dello scorso anno. Lo stesso accordo tra Spagna e Marocco, troppo spesso
richiamato a sproposito, ha consentito il respingimento di natanti
fermati in acque marocchine, e non i acque internazionali, ed in ogni
caso il Marocco, a differenza della Libia, aderisce alla Convenzione di
Ginevra e consente, sia pure con gravi limiti le attività dell’UNHCR (
Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).
Il ministro Maroni dovrebbe ricordare bene la differenza degli accordi
con la Libia rispetto agli altri accordi di riammissione che l’Italia ha
stipulato con altri paesi dal 1998 in poi, perché è stato proprio lui
l’artefice delle nuove regole operative che nel febbraio 2009 ( quando
restò chiuso all’interno di un ascensore guasto in un ministero libico,
tanto per ricordare) hanno integrato i protocolli firmati da Amato nel
dicembre del 2007, poi recepiti ed espressamente richiamati nel Trattato
di amicizia italo-libico sottoscritto da Berlusconi nell’agosto del
2008.
Contro tutte le ipocrisie e le manovre strumentali coperte da una
disinformazione sistematica che il governo impone o suggerisce alla
maggior parte degli organi di stampa, con la coraggiosa resistenza di
Rai Tre, dell’Unità e di qualche altro giornale, continuiamo a chiedere
la liberazione immediata e incondizionata di tutti i profughi eritrei
detenuti a Brak, l’accesso per tutti coloro che lo chiedano alla
procedura di asilo e ad un ritrasferimento in un paese firmatario della
Convenzione di Ginevra.
Chiediamo anche che la Libia, con la copertura politica e finanziaria
del governo italiano, cessi le deportazioni di potenziali richiedenti
asilo e di soggetti vulnerabili come donne e minori verso paesi
dittatoriali nei quali potrebbero subire torture o trattamenti inumani o
degradanti. Nei giorni scorsi centinaia di nigerini presenti in Libia
sono stati deportati in Niger, come riferisce la stessa agenzia di
stampa ufficiale Jana, senza che a nessuno di essi fosse consentito
chiedere asilo in Libia o far valere la protezione internazionale.
Chiediamo ancora una volta ai parlamentari italiani di impegnarsi per la
sospensione del Trattato di amicizia con la Libia, in base al quale
l’Italia dovrà pagare a Gheddafi diversi miliardi di euro nei prossimi
anni per continuare a garantirsi il blocco degli sbarchi, e lucrosi
affari per alcune nostre imprese. Un blocco che produce esattamente
quella tragedia umanitaria e quei corpi violati, nel carcere di Brak
come in altre parti della Libia, che nessuna velina ministeriale potrà
mai occultare.
Il lavoro forzato non rende liberi, “Arbeit macht frei” stava scritto
sulla porta del lager di Auschwitz.

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